Pillole di Storia di Daniele Perboni
rivista Atletica, marzo 2003
La Vecchia Signora ti viene incontro dolcemente, sfoderando un radioso sorriso. La Vecchia Signora, gentile e commovente come sempre, ti attende lì, sull’uscio di casa. Una casa che solo recentemente è stata rinnovata e rinfrescata. La Vecchia Signora è paziente, sa che alla fine tutti ritorneranno da lei.
La Vecchia Signora non si affatica mai, non è ancora stanca di mettersi in mostra, incurante delle 71 primavere sulle spalle. La Vecchia Signora ogni volta mette in tavola una pietanza diversa, ma sempre gustosa e appetitosa, nonostante i gusti siano largamente cambiati da quando la Vecchia Signora era una Giovane Signora.
La Vecchia Signora anche quest’anno ha saputo rinnovarsi e presentarsi ai suoi ammiratori vestita a festa. La Vecchia Signora sembra non avere età, non conoscere il tempo che scorre inesorabile e prosciuga ogni voglia, ogni stilla di energia. La Vecchia Signora è una regina, la “mamma” di tutte le signore che puntualmente si presentano vestite a festa per raccogliere gli eroi e le eroine del fango. La Vecchia Signora non ha ancora pensato di abbandonare tutto e ritirarsi nei verdi pascoli, il paradiso dove prima o poi tutte le corse finiscono per essere dimenticate. La Vecchia Signora non vuol essere dimenticata.
La Vecchia Signora ogni anno si batte tenacemente per tener viva una tradizione che l’avanzare inesorabile del progresso rende sempre più difficile ravvivare. La Vecchia Signora anche all’inizio del mese di marzo dell’anno del Signore 2003 si è presentata, illuminata dal sole, accompagnata dal consueto corteo di “militanti” innamorati e sognatori.
La Vecchia Signora, ha smesso di sognare. Le rughe che coprono sempre più profonde il suo viso per un attimo si sono increspate. È stato un breve momento, un istante, un batter di ciglia. La Vecchia Signora appena udito il rumore lacerante ma dolce del primo sparo si è nuovamente rilassata, si è seduta gustandosi il tiepido sole. Sui prati ingialliti e malati di San Vittore Olona, la culla della “Corsa campestre” italiana, decine di maglie colorate si inseguivano, si rincorrevano, si lanciavano in allegre galoppate incuranti del cemento e del fiume senza vita che scorreva lì accanto. La Vecchia Signore ha chiuso gli occhi e per lunghi istanti ha sognato… Ha sognato miriadi di atleti che attirati dalla magia dei «Cinque Mulini» ogni hanno lasciano le loro case, le lussureggianti savane o gli alti pascoli della Rift Valley, i deserti etiopici, le steppe dell’Est, i fangosi sentieri della lontana e piovosa lng hilterra per assaggiare l’ebbrezza di entrare nella leggenda. Correre, partecipare, essere protagonisti di una leggenda.
Ecco, questo ha sognato la Vecchia Signora. Ha sognato gli agili corridori keniani, i muscolosi maratoneti australiani, i sorridenti fondisti italiani. Ha sognato un ragioniere brianzolo, l’ultimo erede di una lunga e antica stirpe, che sedici anni fa salì sul trono che prima di lui fu occupato da uomini che scrissero la storia di questo sport. Ha sognato… Poi improvvisamente le urla di uno speaker baffuto l’ha risvegliata, riportata alla realtà e ha visto… Ha visto un drappello di uomini dalla pelle scura che leggeri come farfalle sputavano l’anima, nel tentativo disperato di lasciarsi alle spalle un pallido e biondo uomo calato dalle steppe ucraine.
Uno, due, tre giri. Tutto inutile. Il biondo Sergey Lebid, questo il nome dell’intruso, era sempre lì. Incrollabile e mai domo. Suona la campana dell’ultimo giro. La Vecchia Signora socchiude gli occhi abbagliati dal sole. Pensa che forse la magia, che dal 1986 vede salire sul gradino più alto del podio un uomo dalla pelle ambrata, sta per essere cancellata. Non osa tramutare i pensieri in parole. I tre signori della corsa, l’ugandese Boniface Kiprop, l’eritreo Tàdesse Zerisenay e il keniano John Korir lanciano l’ultimo, disperato assalto al trono che tanti loro connazionali hanno scalato con successo.
Ultimi seicento metri. La Vecchia Signora non osa guardare. Il biondo ussaro si stacca. Ancora una volta saranno loro, le gazzelle d’Africa a contendersi il successo. Ultimi quattrocento metri. Un urlo si leva dalla voce gracchiante del microfono. La Vecchia Signora abbandona i ricordi e, finalmente, si lascia andare ad un lungo, liberatorio sorriso. Sergey Lebid ha lanciato il suo micidiale affondo. Supera di slancio i tre compagni di viaggio e si fionda sul traguardo. Ha vinto. La Vecchia Cinque Mulini si veste di bianco. Ancora una volta la magia di San Vittore Olona ha saputo regalarle e regalarci un sogno. Il sogno che anche gli uomini bianchi possono battersi ad armi pari con gli imperatori, con gli uomini nati per correre. Sì, le nere frecce non sono più imbattibili. Finalmente sono ritornate sulla terra.
La Vecchia Signora, prima di ritornarne nell’ombra (la rivedremo puntuale fra dodici mesi), si attarda ancora alcuni istanti. Sta arrivando un vecchio ragazzo: Umberto Pusterla, 35 primavere sulle spalle finisce al quinto posto. La Vecchia Signora incrocia l’ombra di Giovanni Malerba, il padre spirituale della Cinque Mulini, allunga la mano come per accarezzarlo. Si sorridono. E mentre la folla festeggia il nuovo vincitore si allontana nell’ombra.
È felice.


